Smartworking ed evoluzione della specie: da Fantozzi al manager in giacca e mutande

Se dovessimo creare un “Dizionario 2020” contenente i vocaboli che più ci hanno accompagnato durante i 366 giorni di quest’anno bisestile, non potremmo esimerci dall’includere il termine Smart Working.

Era più o meno fine febbraio 2020, quando il Covid-19 ci ha “costretti” ad utilizzare tutti, indistintamente, quasi da un giorno all’altro, questa modalità di lavoro, anche se molte aziende – e molti di noi – non erano affatto pronti.

Un “tuffo dove l’acqua è più blu”, ma senza salvagente.

È per questo che oggi voglio invitarti a fare un passo indietro ed osservarlo più da vicino, questo mostro a tre teste con il quale abbiamo convissuto e con il quale potremo convivere, forse, per molto tempo.

Un “lavoro intelligente” che l’Osservatorio del Politecnico di Milano definisce come “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

È questo, appunto, lo “Smart Working”, o quello che dovrebbe essere.

Smart Working, Lavoro Agile, Telelavoro. Ma di cosa stiamo parlando esattamente?

Smart working o telelavoro?

Lo Smart Working (o anche Lavoro Agile) è una modalità di lavoro che non prevede né una sede fissa né orari stabiliti. Si lavora sul raggiungimento degli obiettivi in modalità flessibile e autonoma.
il Telelavoro, invece, lascia solo la scelta della sede al lavoratore – spesso il suo stesso domicilio – mantenendo invariati orari, logiche di assegnazione dei compiti e obiettivi.

Lo Smart Working non cambia solo la geolocalizzazione del dipendente ma cambia l’intero rapporto fra dipendente e azienda. È così che il “Lavoro Agile” cambia i valori spostando il focus su autonomia, responsabilizzazione, valorizzazione dei talenti e fiducia, che diventano i principi chiave di questo approccio.

Insomma, una vera e propria rivoluzione.

Evoluzione della specie: come ci siamo arrivati?

Era il 1975 quando il ragionier Ugo Fantozzi, per la prima volta, si affacciava ad un’”Italia che lavora” facendosi portavoce di una narrazione tragicomica della vita e del lavoro.

Era il ceto medio italiano, degli anni ’70, che si raccontava attraverso il rumore di un timbro al cartellino alla mattina, dietro una scrivania, soggiogato da un Megadirettoregenerale,  nel mantra del “come è umano lei” a cui non venivano richiesti né valori – assenti – né competenze – mai valutate.

Lui, semplicemente, comandava.

E Fantozzi, semplicemente, incarnava, colui che non esiste, né come professionista né come uomo, il suddito che si lascia trascinare all’interno di un ecosistema – ufficio, corridoio, mensa – che non gli appartiene e a cui lui non è degno di appartenere.

Andiamo avanti negli anni, e nel 2016 Checco Zalone, in “Quo vado?” porta sotto i riflettori il dramma dei figli degli anni ’80. Tutti figli di genitori fantozziani alla ricerca del posto fisso come fine ultimo della propria esistenza. E andando anche molto oltre.

Quel’”uno su mille ce la fa”, stabilizzato, viene messo in discussione per tagli al personale e, così, viene posto davanti ad una scelta esistenziale: rinunciare al posto fisso o accettare una vita nomade in giro per l’Italia, incastrato in un estenuante ricollocamento senza fine?

È il lavoro non agito ma subito.

È il lavoro legato ad una sede fissa, sotto l’occhio Orwelliano di chi detiene il potere.

La qualità della vita non è contemplata. Semplicemente, non interessa a nessuno.

Oggi: il potere delle persone

Patty McCord è stata per 14 anni chief talent officier di Netflix. Ha gestito talenti a tutti i livelli e fa tesoro di questa sua esperienza raccontandocela nel libro “Il potere delle persone”.

L’assioma di base, che traina il libro, è che trasmettere ai propri dipendenti dei valori di base e poi renderli liberi di metterli in pratica in maniera autonoma crea team energici e proattivi.

Ma come fare per stimolare il potere delle persone?

Patty stila “8 regole d’oro”, e voglio portare il focus su alcune fra queste:

  • Trattare i dipendenti da adulti, circondandosi di persone che non abbiano il timore di affrontare delle sfide, anche se comportano dei rischi.
  • Aggiornarli costantemente, rendendoli partecipi e consapevoli dei successi raggiunti e della strada ancora da percorrere insieme, perché come funziona il business è la forma più preziosa di apprendimento.
  • Usare la massima trasparenza, credendo nel valore inestimabile del potenziale del singolo, come elevazione alla potenza di quello aziendale.

Un rinnovamento culturale, quindi, un nuovo concetto di leadership e di misurazione non solo dei risultati ma anche del valore del singolo, che spezza le catene del legame imprescindibile con la scrivania, con l’ufficio, liberandosi dal poliziotto cattivo per accogliere il poliziotto buono.

Stripe: 20 mila dollari per lasciare le grandi città

È notizia di questi giorni. Stripe, piattaforma di pagamenti ed e-commerce con più di 2.800 dipendenti, ha annunciato l’assunzione di più di 100 ingegneri da remoto, spiegando come i lavoratori da remoto hanno aiutato la compagnia ad essere più vicina ai clienti e a confezionare prodotti su misura.

Ha, inoltre, deciso di offrire un bonus del valore di 20.000 dollari a quei dipendenti che accettano di lasciare San Francisco, New York o Seattle per trasferirsi in città meno costose nell’ambito di politiche aziendali che si muoveranno sempre più verso la promozione del lavoro da remoto.

Deliveroo e la scelta flessibile

Quando a marzo 2020, in piena esplosione della pandemia, i lavoratori hanno dovuto lasciare la sede di Milano di Deliveroo (famosa compagnia che si occupa della consegna di cibo a domicilio) per proseguire il lavoro in smartworking, si guardava a questo cambiamento con qualche perplessità e un pizzico di nostalgia per quegli spazi condivisi aziendali.

Testando la modalità di lavoro agile l’azienda fa una scelta coraggiosa e comunica ai propri dipendenti la decisione a tempo indeterminato di potere lavorare in totale smartworking lasciando la liberà di lavorare da casa, dal mare o dalla montagna, in totale autonomia.

Un cambio di prospettiva importante che affida al manager nuove sfide e criteri di gestione del personale, ma, al tempo stesso, rafforza la relazione di interdipendenza e fiducia.

Sono molte le tech company, oggi, che stanno promuovendo incentivi economici rivolti a chi deciderà di lavorare in smartworking, comprese le aziende dei social media Facebook e Twitter e quelle di software VMware e ServiceNow, a fronte di un contenimento sui costi e sull’impatto ambientale che ci sta convincendo, piano piano, che questa possa essere una strada veramente percorribile.

Certo che, da Fantozzi ad oggi, ne abbiamo fatto di strada.

Il risvolto della medaglia

 Come per ogni cosa, però, c’è anche un risvolto della medaglia. Come si dice “Non è tutto oro quello che luccica”.

Lavorare da casa, infatti, richiede una logistica adeguata e adeguate strumentazioni a supporto del nostro lavoro (computer, webcam e microfono per le call aziendali o con i clienti, una buona connessione internet), un buon livello di expertise nella conoscenza delle piattaforme più adeguate per soddisfare esigenze quotidiane e, last but not least, una più che adeguata riorganizzazione familiare.

Conciliare le ore di lavoro con la famiglia, mettere a calendario riunioni e al tempo stesso seguire i compiti dei figli, armonizzare la propria agenda con quella del partner in questi mesi di attività forzata da casa, hanno messo a dura prova anche le più rodate doti di organizzazione e di resilienza.

Ed è così che – come credo sia accaduto almeno una volta a ciascuno di noi – abbiamo scoperto e conosciuto dietro il manager la persona. In una forma di branding aziendale non calcolato che ha portato alla luce un valore completamente nuovo, e imprevisto, che ha guidato anche le nostre preferenze di business: il valore dell’essere umano.

Il manager in giacca sopra, e mutande sotto, con il quale non si può fare a meno di empatizzare, di entrare subito in confidenza, e al quale si perdonano anche deliziose e indimenticabili distrazioni e gaffe.

In fondo, a chi non è mai capitato di vestirsi a metà per una call last minute o di gesticolare sotto la scrivania minacciando i propri familiari per farli “scomparire” dal raggio visivo della nostra webcam?

In nome di una qualità della vita a misura di famiglia, che non lascia a casa le competenze del professionista.

Che sia l’inizio di una nuova era?

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Psicologa e Key Account Manager per WebinarPro, appassionata di formazione e di comunicazione digitale. Sono una creativa. Coltivo e nutro molti interessi senza sosta, perchè per me la vera innovazione è rappresentare se stessi tramite infinite e variegate forme espressive. Amo e divoro: cultura giapponese, musica, libri.
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